Alias

Il tema di questo esercizio è cercare di immedesimarsi
attraverso la biografia di un fotografo di fantasia.

ALIAS 01

Sarò un fotografo !!!!
Eccomi! Mi presento: mi chiamo Anselmo e sono nato a Verona nel 1857.
Qual è il mio lavoro? Eh, è difficile da spiegare perché proprio bene bene non lo so neanche io!
Potrei dire che sono un fotografo, così farei tanta scena perché è un lavoro nuovo che nessuno conosce. Tutti mi guarderebbero con un’espressione stranita e curiosa. Potrei dirlo, appunto, se almeno io sapessi bene cosa significa. Io so solo che qualcuno, anni fa, ha inventato una strana scatola grossa ed ingombrante che fa cose magiche: ci si mette con questa scatola proprio davanti alle persone, si infila la testa sotto ad un telo nero che è davanti alla scatola, si guarda attraverso un piccolo foro e, dopo un lampo improvviso, all’interno di questa scatola, succede qualcosa di magico. Qualche ora dopo, infatti, si crea una figura quasi uguale a quello che si vedeva attraverso il forellino! Incredibile, vero? 
“Mai vista ‘na cosa compagna” direte voi!
Questa faccenda mi piace tanto e, quindi, ho deciso che farò anch’io le fotografie, così si chiamano le figure che escono dalla scatola. Vedrete che i pittori smetteranno di sentirsi “superiori” ed anch’io potrò fare tanti ritratti, magari anche più belli dei loro quadri. Per ora mi sto impegnando tanto tanto per imparare bene. C’è solo un problema: i miei ritratti non sono colorati! Sono sicuro, però, che è solo una questione di scodelle! Ecco, a dire il vero non sono proprio scodelle, sono catini o forse sì, ecco  si chiamano bacinelle! Certo, la gente crede davvero che la famosa scatola sia magica, ma non sanno che nella mia casa c’è una stanza che è sempre chiusa a chiave (solo io posso entrare) dove ci sono tante bacinelle che contengono liquidi strani e questi sì sono davvero magici. Io bagno il foglio con questi liquidi e, a poco a poco, ecco che appare la fotografia. Per ora è solo in bianco e nero, a volte è persino un po’ giallina, ma vedrete che riuscirò a trovare i liquidi “giusti” per fare anche i colori. Allora sì che potrò dire ai pittori “adesso sono più bravo io” e sono un fotografo! 

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Fotografia di Gianluca De Santi
 

ALIAS 02

Eravamo felici, un po' ubriachi, venivamo da una serata speciale e correvamo verso casa cantando. 
CRASH!
Di quella sera mi sono rimasti un ricordo vago e questa carrozzina, il mio carcere, la mia libertà. 
È rimasta la macchina fotografica di Mario. Tutto il resto se n'è andato. Tutti.
L'ho guardata in cagnesco questa macchina, io volevo lui, non questo stupido resto da cui non sapevo trarre granché.
Poi la vita ha svoltato ancora. Ho pensato che, al posto di guardarla ogni giorno con odio, potevo usarla, la macchina. 
Poteva permettermi di arrivare dove le mie gambe non arriveranno più, di vedere quello che credevo non mi avrebbe più interessato: la vita di quelli che possono scegliere. A casa di Mario c'erano tutti i suoi obiettivi, sua mamma me li ha portati e ho cominciato a usarli, a ricordare tutte le lezioni di fotografia che lui mi aveva regalato. 
È diventata una compagna. Per lei sono tornata a uscire, con il mio zaino ben agganciato al bracciolo, in cerca della vita che mi era sfuggita ma che vedo riflessa nelle vite degli altri, nelle storie che la gente vive, a volte senza neppure accorgersene.
Il mio nome è Diana.

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Fotografia di Giuliana Rossato
 

ALIAS 03

Ernesto
Nasce nel 1946 in Sicilia in un piccolo paese vicino Siracusa.
Lo zio fotografo gli regala una macchina fotografica polaroid al suo 12° compleanno.
Inizia a fotografare amici e parenti nel quotidiano, è curioso e le sue foto vogliono rappresentare il mondo intorno a lui.
Non frequenta nessuna scuola di fotografia, ma si cimenta in piccoli progetti in cui il suo occhio è attratto dalle storie delle persone che non conosce.
Dopo il liceo riamane orfano di genitori e cresciuto dallo zio.
Lavora come freelance attraverso i contatti dello zio e si dedica alla fotografia a tempo pieno. Cura reportage sul territorio siciliano, documentando il cambiamento dell'urbanizzazione selvaggia delle campagne, realizza ritratti di contadini e racconta la campagna che ancora non conosce la globalizzazione.
I suoi lavori si potranno distinguere per lo sguardo rivolto a tematiche sociali, realizzando soprattutto immagini dei muri delle città dove l'odio e gli slogan manifestano il dissenso e le contrapposizioni tra le classi.

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Fotografia di Luca Sandrini
 

ALIAS 04


UN DONO INASPETTATO
All’alba del giorno 6 giugno 1944 le truppe alleate toccarono terra sulle coste della Normandia. Questo sbarco, che prese il nome di OPERAZIONE NEPTUNE, diede inizio alla fine della seconda guerra mondiale. Ci sarebbero state ancora tante battaglie, ma un filo di speranza aveva rasserenato gli animi di tutta la Francia. Lo sbarco inflisse molte perdite alle truppe, ma il loro compito era quello di proseguire per liberare le città occupate dal nemico. Carentan fu la prima cittadina che incontrarono. Qui viveva la famiglia Rosseau con i suoi cinque figli. Il più grande, Pier, aveva 17 anni, era nato il 6 giugno del ‘27 e studiava presso il liceo statale della città. Il padre era Pastore della chiesa protestante. Uomo saggio e generoso,  era un punto di riferimento per tutti i cittadini. Appena gli alleati entrarono in città, egli si fece avanti e cercò di metter fine al caos, che si era creato intorno agli americani. Il figlio gli era accanto ed era incantato da tutte quelle facce nuove e sconosciute. La gente intorno a lui gridava di gioia, ma lui non sentiva niente,  osservava incuriosito quegli stranieri. Lanciavano caramelle, scatolette, cioccolata, ma a lui non interessavano quelle cose. Lui aveva visto, appesa al collo di un soldato americano, una grossa macchina fotografica nera. Gli americani si avvicinavano e gridavano: “Come and get chocolate!” Nessuno capiva quello che dicevano, ma Pier indicò con il dito la macchina fotografica al collo del soldato nero.

“Want you?” Ma vedendo che il ragazzo non capiva gliela allungò. Per Pier avere quella cosa, tra le mani, fu una emozione indescrivibile. La accarezzò, la rigirò e la baciò. Non aveva mai avuto una cosa tanto bella. “Come on give me” Disse il soldato sorridendo. Pier non conosceva l’inglese, quindi restò di stucco quando l’americano gli si avvicinò  e gli tolse l’apparecchio dalle mani. Il nero aprì la macchina, tolse il rullino e la restituì al ragazzo. “E’ tua” Gli disse in un francese stentato. Il ragazzo dapprima si meravigliò poi ringraziò e strinse l’apparecchio al petto. Il padre lo incitò a restituire quel regalo, ma l’americano fece segno che poteva tranquillamente tenerla.  Da quel giorno la carriera di PIER ROSSEAU era già segnata. Si impegnò a fondo per imparare ad usarla. Era più il tempo che trascorreva nella camera oscura che in casa. La fotografia divenne il suo pane quotidiano e ne fece la sua professione. Poiché non riuscì mai, per tutta la vita, a dimenticare il volto di quell’uomo generoso che gli aveva cambiato la vita senza saperlo, divenne un vero professionista dello STREET PHOTOGRAPHY. Le sue fotografie documentaristiche, diventarono famose e fecero il giro del mondo, perché ritraevano soggetti in situazioni e in luoghi particolari senza che, gli stessi,  ne fossero consapevoli. La gioia più grande era ritrarre anche i suoi famigliari, mentre leggevano, o mangiavano senza che questi se ne accorgessero. Lo sguardo di chi non sa di essere ripreso da un obbiettivo è sempre sincero, puro e soprattutto libero! La posa costringe il soggetto a cambiare se stesso e lo vincola.L’opera che lo ha reso famoso? Ha ritratto la Regina Elisabetta, in un negozio mentre faceva spesa di scarpe. Lei e le sue guardie del corpo, naturalmente, non se ne sono accorti. Pier Rosseau l’aveva fatta franca e diventò uno dei fotografi più grandi del secolo.

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Fotografia di Alessandro Soffiatti
 

ALIAS 05


Nella storia della fotografia meriterà sicuramente un posto d’onore Selvaggia Sòla. Sconosciuta ai non addetti ai lavori, è nata in un piccolo paesino degli Appennini abruzzesi, ha vissuto sempre nella stessa casa, non ha mai viaggiato fuori dai confini del suo Comune e ha fotografato per tutta la vita sempre e solo un oggetto: una scarpa. Sempre socievole e disponile a farsi intervistare, ha spiegato più volte il senso del suo essere artista fotografando una scarpa: “È l’idea del movimento, restando ferma. Tutto si muove, tutto ruota, eppure tutto resta lì davanti a te, inafferrabile”. La sua arte non è classificabile nei canoni consueti e ci spinge ad uscire dalle nostre certezze, a ripensare al concetto stesso di fotografia e di provocazione. Le foto “Scarpa 32 e mezzo”, un’opera giovanile, e “Scarpa 367” sono state pubblicate su tutte le maggiori riviste internazionali ed esposte alla Biennale di Venezia. Una sua personale è stata realizzata al MoMA di New York, dove è stata esposta la serie da “Scarpa 282” a “Scarpa 315”, che rappresenta il cosiddetto periodo marrone dell’artista.
“E poi c’è una sola scarpa… e l’altra?” 
Enigmatica e ironica al tempo stesso, Selvaggia Sola lascia un’impronta.


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Fotografia di Erich Perrotta
 

ALIAS 06


Tutti lo chiamavano "Pellicola", non aveva voluto staccarsi dalle sue vecchie 35 mm, nonostante fossero arrivate le nuove macchine digitali.
Era nato il 25 Aprile, forse per questo si sentiva un Uomo libero, forse + libero degli altri Uomini liberi. Non sopportava fotografare su commissione , era e voleva essere un freelance. Il suo futuro era incerto, ma si consolava pensando al triste futuro del genere umano. 
Avrebbe voluto viaggiare lontano, ma era di natura pigra. Una volta gli era riuscito di arrivare fuori dalle mura della sua città, ma era rientrato prima di sera, ripromettendosi di non farlo mai più.
Non aveva una grande e costosa attrezzatura perché non ne' sentiva il bisogno, usava le macchine per fotografare le persone del circondario, che ormai lo conoscevano e lo lasciavano fare, vendeva poi il risultato del suo lavoro ai giornali locali, raramente ai nazionali.
Quando una foto gli riusciva particolarmente buona, dopo averla stampata ed incorniciata, la regalava alla persona che aveva ritratto, pensava infatti di non essere il solo padrone di quell'immagine, ma di dover condividere quel piccolo piacere con la persona che era entrata nella sua vita passando attraverso l'obiettivo della macchina.

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Fotografia di Livio Nogarin

 

ALIAS 07


Carlo De Santis è nato ad Avezzano, una città della conca del Fucino in provincia de L'Aquila, il 22 Maggio del 1923. Quinto di 7 tra fratelli e sorelle, appartiene ad una famiglia della medio-alta borghesia, dedita al commercio all'ingrosso. Nell'immediato dopoguerra e negli anni del boom economico la famiglia allarga i propri investimenti aprendo una serie di negozi e C. diventa titolare di un negozio di vestiti per uomo.
I fratelli e le sorelle negli anni si sistemano e si sposano, alcuni emigrano, e nella grande casa familiare C. rimane a vivere con due sorelle rimaste nubili. Non riesce ad instaurare rapporti sentimentali e la sua vita si svolge tra la casa e il lavoro.
È verso la fine degli anni '40 che comincia a rendersi conto dell'attrazione che prova per gli uomini, con cui ha a che fare ogni giorno in negozio. Ovviamente si sforza di reprimere i propri impulsi, cresciuto com'è in una famiglia, in un epoca e in un contesto di mentalità bigotta, cercando conforto nel meretricio, fino a quando non "supera la soglia", ammette a sé stesso la propria omosessualità e inizia ad incontrarsi clandestinamente con un coetaneo sposato che gli fa spesso visita in negozio.
Inizia così con la metà degli anni '60 una vita segreta di ricerca della propria identità anche attraverso gli scatti fotografici fatti con la macchina semiautomatica della sorella, amante dei viaggi. Dorme poco e cammina molto, soprattutto di notte. La fotografia, che lo accompagnerà fino alla sua morte nel '96, per lui non ha nessuno scopo artistico né pubblico, quanto piuttosto un percorso di espressione e ricerca individuale. Non sa nulla di fotografia o di arte, e nemmeno ne è interessato. Sa che nessuno, se non lui, vedrà mai i suoi scatti in bianco e nero, perché rappresentano la ricerca del proprio "io" segreto agli occhi del mondo.

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Fotografia di Daniel Danila
 

ALIAS 08


Ci siamo incontrati in un tardo pomeriggio mentre camminavamo sulla riva di un corso d’acqua che serpeggiava fra campi e vigne nella nostra campagna; non ci conoscevamo, ma il fatto di portare ambedue al collo una macchina fotografica ha creato subito empatia e complicità: ci siamo fermati e il nostro dialogo si è concentrato sulle qualità della Canon e della Nikon; poi tu, ansioso di farti conoscere da me e sicuro di ottenere la mia ammirazione, mi hai parlato della tua idea di fotografia, poi ti sei aperto a raccontarmi la tua (peraltro interessante) vita e le tue ambizioni. Non c’è stato spazio per raccontarti la mia vita, che seppure poco interessante per gli altri, è la cosa più preziosa che possiedo, è una sequenza di episodi, speranze, emozioni che condivido con me stesso e che ritengo preziosa come un diamante che non si toglie mai dal dito. Ti scrivo questo messaggio perché intuisco che tu possa percepire la mia emozione.
La mia è stata una vita normale; studio, lavoro, soddisfazioni, delusioni, affetti, tristezze: come tutti; poi un giorno, quello del mio compleanno, mi hanno regalato una macchina fotografica; ho iniziato a scattare; mi è cambiata la vita: ho percepito il potere che ha la fotografia di fermare l’attimo e di consegnarlo alla permanenza; vivo la fotografia come la trasformazione di un momento in una eternità; una emozione mia, magari solo mia, viene scolpita nel marmo della memoria e riesce a suscitare la stessa emozione ogni volta che la guardo; non elaboro le foto perché temo di alterare il messaggio emotivo che imprimono in me. 
Ti mando queste righe via w-app (non so se ci incontreremo ancora) per ringraziarti perché sei stato il movente di questa mia autoanalisi.
Buoni scatti!

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Fotografia di Silvio Tornieri
 

ALIAS 09


Ciao mi chiamo Max, Milanese classe 1980.
Sono sempre stato molto interessato all’arte in generale e all’esplorazione di nuovi luoghi, anche per questo subito dopo la laurea mi sono trasferito una prima volta a Roma, città che offre stimoli culturali inesauribili. Tornato al Nord, la voglia di vedere cose nuove era ormai altissima e ho no con maggiore attenzione, scoprendo luoghi nascosti che prima non conoscevo affatto.
Ed è proprio lì che ho iniziato a fotografare, in un periodo in cui la fotografia di abbandono non aveva ancora raggiunto la popolarità attuale. All’epoca non eravamo in molti a farlo seriamente in Italia e ci conoscevamo praticamente tutti. Dalle strutture industriali milanesi ho ampliato via via il raggio di azione delle mie esplorazioni per luoghi abbandonati, arrivando a esplorare ad esempio diverse basi sovietiche della ex Germania Est o un ospedale psichiatrico negli Stati Uniti.
Sulla base di una passione che ho sempre nutrito nei confronti dell’arte e dell’architettura, dopo aver iniziato a fare fotografie nei luoghi abbandonati è stato naturale ampliare il mio ambito di interesse verso il mondo delle architetture in generale. 
Al momento devo dire che la gran parte di quello che fotografo è architettura in senso stretto. Per quanto riguarda le correnti architettoniche che mi interessano maggiormente, negli ultimi anni mi sono appassionato in particolare al brutalismo e al modernismo.

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Fotografia di Anna Veronesi
 

ALIAS 10


Paola Rossi nacque , crebbe, si sposò ed ebbe figli. E per molto tempo non pensò mai di mettersi a fotografare. 
Fino a quando,  lei da poco 50enne, i figli le fecero capire che ormai erano indipendenti e non avevano bisogno di lei come prima. 
Questo, in aggiunta al lavoro del marito dirigente d’azienda spesso in trasferta, la mandò in crisi, iniziò a sentirsi inutile, fragile e ansiosa. Decise di reagire andando a fare delle lunghe passeggiate, sapeva come e dove andare, col marito avevano camminato molto e in molti luoghi. 
Nella sua mente, ormai piuttosto sgombra da pensieri, iniziò a manifestarsi l’attenzione a ciò che vedeva (strade case giardini angoli edifici prestigiosi, i parchi , persone  ecc. ecc.)
Iniziò a scattare foto con l’I-Phone, restando a volte sorpresa dalla bellezza delle immagini. Un giorno smanettando distrattamente sul telefono le si aprì un mondo: le venivano proposti dei set di ripresa con linee tracciate sullo schermo, poteva scegliere tra due schemi simili al tris che aveva giocato a scuola, tre quadrati per lato, nove in tutto.
L’ultima opzione era il disegno di una strana chiocciola a spirale che ricordava di aver già visto…
In poco tempo le foto migliorarono, le inquadrature si fecero più dinamiche e interessanti, non era difficile, il telefono risolveva qualsiasi problema di esposizione, consentiva riprese zoom e grandangolari , il bastoncino telescopico utilizzato per i selfie divenne un supporto per punti di ripresa particolari, dal basso e dall’alto, mai pensati prima. Iniziò a pubblicare le sue foto sui social cui aveva aderito per ritrovare  le amicizie dei tempi del liceo…
Le foto piacquero , specialmente quelle fatte ad un matrimonio dov’era stata invitata, tutte scattate dall’alto con il bastoncino da selfie e la regolazione dell’ottica in grandangolare.
Restituivano tutta la gioia dei partecipanti, specialmente quelle leggermente mosse. Lei si muoveva con grazia e leggerezza, sempre molto  elegante e sorridente, una bella donna.
La cercarono in molti e lei , dietro giusto compenso, scattò migliaia di scene festose e colorate che trovarono posto in centinaia di album di nozze. La presenza di due-tre sue immagini era ed è tuttora un must irrinunciabile di ogni matrimonio importante. 
Il marito, dapprima un po’ incredulo, la segue dall’inizio, al suo fianco a quasi tutti ricevimenti. Da quando è in pensione le fa da agente selezionando le cerimonie secondo la bellezza dei luoghi trasformando così un giorno di lavoro in un week end lungo di vacanza…  
Le foto di Paola sono state esposte in varie mostre, alcune fanno parte di prestigiose collezioni e lei , fotografa conosciuta e nonna felice ha recentemente dichiarato di voler fotografare fino all’ultimo, e pensa con tenerezza a quella crisi di mezza età incorsale molti anni prima.

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Fotografia di Mara Balabio
 

ALIAS 11


Nome Alice
Cognome Camilli
Città d'origine un paesello della pianura padana
Città d'adozione Venezia
Età 32 (nata il 03.03.1989)
Professione Curatore d'arte freelance
Dopo il percorso di studi, terminato con la laurea in laguna, all'Accademia delle Belle Arti, Alice
decide di rimanere nel suo appartamentino da studentessa, alla Giudecca, per continuare a seguire
alcuni artisti conosciuti nel percorso di studi, per i quali vuole organizzare quanto prima un'esposizione.
La fotografia la occupa nel tempo libero, in fondo sono tante le suggestioni da cogliere a Venezia,
sia durante il lavoro che durante le sue passeggiate tra calli e campielli.
Catturano spesso la sua attenzione i colori, le ombre e i riflessi sui canali oltre alla vita dei veneziani.
Tra i suoi fotografi preferiti il maestro Franco Fontana (che ha potuto conoscere anche grazie ad un
workshop a cui ha partecipato) e Margaret Bourke -White.

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Fotografia di Alberto Vincenzi
 

ALIAS 12


Biografia di Leila Moon fotografa del 30esimo secolo
Nata nel 3052 sulla stazione interplanetaria Harmony, e’ una giovane donna interessata all’astronomia e alla fotografia/olografia tridimensionale.
I suoi soggetti sono le stelle, i pianeti e tutto ciò che la circonda nell’universo.
Con la sua navetta spaziale personale attraversa i cieli in continua ricerca di nuove costellazioni e idee artistiche.
Vincitrice piu’ volte del contest intergalattico  Star3000 le sue gigantografie olografiche tridimensionali sono famose in tutte le stazioni interplanetarie della Galassia.
Ha sviluppato un interesse particolare per la fotografia ultramacro lavorando all’interno della serra Plutone 20 , dove vengono coltivate specie rare di fiori e ortaggi. Con il suo super obiettivo riesce a creare immagini spettacolari giovandosi di potenti ingrandimenti. 
Il suo desiderio è di stupire attraverso le sue immagini che hanno colori unici grazie al processo di post produzione da lei ideato. Molti abitanti della stazione Harmony hanno le pareti dei loro alloggi ricoperte da gigantografie che portano la sua firma.
Ha da poco ideato corsi didattici dove insegna i suoi procedimenti di scatto e di stampa ai giovani , cercando di stimolare in loro il gusto del bello e la capacità di ricavare piacere ed emozioni dalle immagini dell’universo pieno di meraviglie e di mistero.

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Fotografia di Daria Morgon
 

ALIAS 13


Ceennto Vizilbar
Sono nato un indefinito barlume di lune fa, nella omonima città, ai piedi della catena montuosa caucasica.
Mi sono trasferito, mio malgrado, sin da fanciullo, ed ho avuto la fortuna di essere preparato per sopravvivere alla scuola della vita nell’Istituto dell’Infanzia Superiore di una ridente località sulle rive del Mar Caspio, facendo cose e vedendo gente.
Sono preparato conoscitore di qualsiasi oggetto antico e moderno - rupestre ed elettronico; lavoro vendendo ricercatissima ed al quanto inusuale minuteria a facoltosi acquirenti.
Sono diventato famoso per aver venduto il miglior batticarne multipunta ad uso manuale al lento vegano del villaggio. Nel poco tempo libero rimasto per defilarmi dai soddisfatti ma impreparati acquirenti, mi diletto nella fotografia edulcorata che utilizzo per rabbonire chi mi trova, spesso riuscendoci con successo.
Sono sempre raggiungibile telefonicamente ore pasti, nonostante gli invidiosi colleghi dicano che posso continuare a mangiare tranquillo.

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Fotografia di Matilde Schiavone
 

ALIAS 14


Francesco Ramonin,
classe 1950, nasce ad Adria da Silvana Bonaffin, insegnante di musica e Giulio Ramonin, pescatore pittore e scultore. Fin da subito respira l'atmosfera artistica che regna in casa. Studia all'Accademia delle belle Arti di Adria e prosegue a Bologna laureandosi a pieni voti in architettura. Scrive su riviste d'arte e architettura. Insegna storia dell'arte all'Università di Ferrara. Nonostante le attività lavorative che lo impegnano non poco, si dedica egli stesso alla produzione artistica. Trova particolare soddisfazione nella fotografia che ama sin da quando era piccolo. Stefano Frison, coetaneo, suo grande amico, e aiutante dell'unico studio fotografico di Adria del tempo, lo introduce nel mondo della fotografia quasi per gioco. Francesco si innamora subito di quest'arte che presto, diventa fondamentale nella sua vita. Sviluppa vari progetti fotografici concentrandosi su diversi temi, dalle architetture basso polesane delle zone bonificate, alla bellezza di una natura in cui l'acqua ha un ruolo fondamentale, all'abbandono della popolazione delle zone vicine agli argini del Grande Fiume. Coinvolge il pubblico con intense immagini di grande e piccolo formato  sperimentando supporti di vario genere.

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Fotografia di Luisa Perini
 

ALIAS 15


Il mio nome è Fedele Lucrezi
Sono nato a Palermo nel quartiere Brancaccio  il 13 febbraio 2000.
Ho frequentato alla meno peggio le scuole di quartiere ed appena è stato possibile me ne  sono andato  dalla Sicilia alla ricerca di una vita migliore. 
Ho iniziato a fotografare con una  macchina fotografica avuta in prestito dalla  mia insegnante di matematica che sosteneva avessi un gran talento nello scovare il lato nascosto delle cose. 
Ho proseguito da autodidatta lasciando sempre più spazio al mio istinto ricercando prevalentemente situazioni che mi sorprendessero. 
Non mi piacciono le pose e seguo sempre il mio intuito. Mi piace cogliere i momenti improvvisi durante i quali le persone, ma soprattutto le cose, svelano il loro lato nascosto che,solitamente, risulta essere il loro lato migliore. 
Ho raccontato i luoghi da me vissuti attraverso gli sguardi delle persone, ma anche attraverso  quel po' di mistero che traspare dalle finestre delle loro case.
Non sono ancora diventato famoso e chissà mai se lo diventerò.

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Fotografia di Gaia Goattin
 

ALIAS 16


LEILA D’ESTIA
Famiglia di origine greca. Nata nel 1978 a Venezia è sempre vissuta in Italia. Attualmente vive e lavora a Milano.
Studi classici. Frequenta l’Accademia di Belle Arti, è Storica dell’arte. 
Sceglie la fotografia come sua forma espressiva prediletta senza però abbandonare le arti grafiche.
Il suo lavoro si caratterizza per una ricerca intima. 
Nelle sue opere esprime una visione originale, alla costante ricerca di rappresentazioni del sé nel reale. Sa sorprendere per i suoi accostamenti inusuali. 
Ama in modo particolare il Sud America e in quelle terre ha realizzato i suoi lavori più significativi.
Realizza opere di grande formato e utilizza sia il colore che il b/n in funzione della sua intenzione. I suoi progetti prendono vita con tempi lunghi.
Ha realizzato diverse mostre in Italia e in Europa.
Ha ricevuto importanti riconoscimenti a livello europeo e internazionale.

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Fotografia di Massimo Sbardelaro
 

ALIAS 17


Violet Jane Lourd, 27 anni, fotografa da quando era piccola le piccole cose che destano stupore e meraviglia.
Curiosa e coraggiosa va da sempre alla ricerca dei misteri e segreti da svelare e vive alla giornata.
È cresciuta in una comune di artisti in un sobborgo di Brighton respirando ideali di libertà e assorbendo le influenze creative dei suoi amici musicisti, pittori e artigiani.
Le sue fotografie sono contaminate da altre forme di espressione e vengono esposte unicamente in spazi aperti, gallerie naturali.
La sua curiosità la porterà a viaggiare ai confini del mondo per sperimentare e documentare diversi modelli di vita organizzata in comunità e non, alternando convivenze in tribù a contatto con sciamani e guaritori a periodi di isolamento ascetico e mistico.
Le sue opere verranno scoperte e comprate da un sultano filantropo che finanzierà i suoi viaggi e le sue pubblicazioni.

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Fotografia di Marilla Livellini
 

ALIAS 18


Casimiro Benassi
Nato a Gioia Tauro (RC) il 22 gennaio 1972
Fotografo freelance
Maturità scientifica
Frequenta per 2 anni l’università di Storia dell’Arte di Firenze
Lavora per molti anni in un negozio di cornici a Firenze
Il suo lavoro gli consente di scoprire a poco a poco il mondo della fotografia.
Ama da sempre la musica, suona la batteria in diversi gruppi amatoriali.
Inizia a fotografare a 35 anni, grazie alla sua compagna che ne è molto appassionata.
Per qualche anno si divide fra musica e fotografia che però prende progressivamente il sopravvento.
Partecipa a numerosi corsi e workshop che lo aiutano ad affinare nel tempo sia la tecnica che il proprio talento.
Ama relazionarsi con le persone, è curioso e ha un innato interesse a conoscere la storia di coloro che incontra.
È una persona molto aperta ed è quindi è per lui semplice entrare in sintonia con chiunque incontra.
Per questi motivi la street photography diventa il suo genere fotografico prediletto.
In generale ama riprendere le persone nel loro habitat quotidiano, evitando di fotografare soggetti che vivono in condizioni di forte disagio.
Da qualche anno è diventato un fotografo professionista.

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Fotografia di Marina Lodola
 

ALIAS 19


EDITH RAW  - Photographer
Edith Raw nascerà a Parigi il 29 febbraio 2048. 
Inizierà ad avvicinarsi alla fotografia nel 2067,  da quel momento nascerà una passione per quell’arte che le farà ottenere in poco tempo i primi riconoscimenti con innumerevoli pubblicazioni su riviste e vincite di concorsi.
La sua più grande passione sarà quella del bianco e nero.
Nascendo, “fotograficamente parlando” nell’era digitale e non avendo alle spalle esperienza di camera oscura, dovrà imparare la fotografia tradizionale prima di poter considerare un B/N un file digitale.
All’età di 23 anni, il suo animo nomade la porterà a viaggiare verso nuovi orizzonti, luoghi, culture, persone, rumori e odori, sempre con appresso la sua macchina fotografica.
Inizierà a lavorare nel giornalismo perfezionando la tecnica di fotoreportage.
Inizierà a collaborare con importanti riviste.
Adorerà tantissimo viaggiare, i film in B/N ovviamente e soprattutto la libertà, che la guiderà nel lavoro e nella vita.
La sua casa sarà in riva al lago. Il suo studio sarà il mondo.
Morirà il 29 febbraio 2144 all’età di 96 anni nella casa in riva al lago.

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Fotografia di Donata Lorenzetti